Il selfie davanti all'incidente mortale? L'esperta: "Continua ricerca del consenso. Le regole dei social disumanizzano"
L'analisi fatta dalla dottoressa Serena Valorzi, psicologa e psicoterapeuta cognitivo – comportamentale sul caso del selfie che un giovane si è scattato con alle spalle un drammatico incidente

TRENTO. “Questa persona soggiace alle regole che sono intrinseche nei social network. Scompare la capacità di sintonizzarsi con la drammaticità del momento”. Usa queste parole Serena Valorzi, psicologa e psicoterapeuta cognitivo – comportamentale per commentare e analizzare il caso di un giovane che a Piacenza, davanti ad un incidente mortale, si è fatto un selfie mentre alle spalle i soccorritori stavano cercando di salvare la vita ad una persona.
La scena è stata immortalata dal giornalista del quotidiano "ilPiacenza.it", Stefano Pancini, e sui social in poco tempo è diventata virale scatenando la rete con attacchi di ogni genere contro il giovane.
LA REAZIONE DELLA RETE
La rete, una volta che la foto scattata dal giornalista al giovane è finita sui social, si è immediatamente accesa fra parole di sdegno e attacchi all'autore del selfie fatto in una situazione del genere.
“Sono commenti atti a svalutare o manifestare il disaccordo soprattutto per il comportamento di quella persona nello specifico. Siamo davanti ad una sorta di aggressione verso chi mette in atto un comportamento negativo. A questo – spiega Valorzi – dobbiamo stare molto attenti perché facciamo una cosa molto simile a quello che ha fatto il ragazzo. Stiamo subendo lo stesso processo dimostrandoci schiavi del stesso funzionamento social. Abbiamo bisogno di manifestare qualcosa di nostro dove la regola è la stessa: più aggressivamente scriviamo e più avremo visibilità. Si replica lo stesso processo che ha colpito il giovane”.
Tutti siamo liberi di manifestare il nostro pensiero ma non è aumentando l'aggressività online che si rivolve il problema.
PRIVACY E I FAMIGLIARI DELLA VITTIMA
Un altro aspetto da considerare è la questione privacy per un selfie quando vengono ritratte altre persone.
“Anche in una situazione normale sarebbe bene chiedere l'autorizzazione – spiega l'esperta – ma il funzionamento dei social incentivano l'impulsività e non portano a riflettere. Figuriamoci quando attraverso un selfie si ritrae una persona che sta male, in una dimensione di vulnerabilità. A nessuno farebbe piacere essere fotografati in quella situazione”.
Occorre poi pensare ai famigliari della persona che sta male. “Oltre alla degenerazione per la quale non ti accorgi che stai facendo una cosa irrispettosa per la persona che sta male – spiega Serena Valorzi - non si pensa che un famigliare possa vedere queste immagini scoprendo l'incidente attraverso una modalità che non ha nessuna attenzione all'emotività”.
IL GIOVANE CHE HA SCATTATO IL SELFIE
“Siamo dentro ad un meccanismo del voler essere protagonisti” spiega la psicologa e psicoterapeuta cognitivo – comportamentale. “Questa persona – continua - soggiace a delle regole che i social hanno definito: in qualsiasi luogo in cui si trova qualcosa di strano, che colpisce l'attenzione, che è estremo, violento, originale oppure shoccante, siamo spinti automaticamente a testimoniare che abbiamo visto, comunicare che “io ci sono”, “io ho visto”, “io esisto”. Quello che contano sono le regole dei social e questo si collega poi all'impulsività. Io sono convinta – spiega l'esperta - che se quel ragazzo non avesse avuto il cellulare e non fosse stato abituato a queste regole, avrebbe avuto il tempo di sintonizzarsi con la drammaticità e con il dolore del momento”.
L'aspetto drammatico, conclude l'esperta, è che questo ragazzo che sta ricevendo diversi attacchi dai social “in realtà potrebbe essere spinto a ripetere questo comportamento. Invece di comprendere che gli insulti arrivato dal fatto di aver posto in essere un comportamento errato, il ricevere un numero altissimo di commenti, anche se sono in chiave negativa, potrebbe rinforzare questo suo comportamento avendo portato a parlare molto di lui”.
Invece di lanciarci in invettive e in atti vendicativi verso questa persona, conclude Valorzi, “bisognerebbe essere in grado di riflettere su quello che è successo”.














